La risposta breve
Sull'etichetta si scrive staccato: «olio extra vergine di oliva». È la denominazione di vendita fissata dalla normativa europea, ed è quella che i produttori sono tenuti a usare sulla confezione.
Nel parlato e nella scrittura corrente, «extravergine» attaccato è diffusissimo e perfettamente comprensibile: lo usano giornali, guide gastronomiche e gli stessi produttori quando non stanno compilando un'etichetta. Non è una forma sbagliata, è una forma d'uso.
Cosa prevede la normativa
Le categorie degli oli di oliva e i loro nomi non sono lasciati alla scelta di chi vende: sono definiti dal Regolamento UE 1308/2013, che elenca fra le denominazioni «olio extra vergine di oliva» — con le due parole separate.
Questo vale per la denominazione di vendita, cioè il nome merceologico che deve comparire in etichetta. Non impone come si debba scrivere la parola in un articolo, in un menu o in una conversazione.
Perché allora si vede spesso attaccato
Perché l'italiano tende a saldare i prefissi con l'uso: succede con «extravergine» come è successo con «extraconiugale» o «extralusso». La forma attaccata è più rapida da dire e da scrivere, e nel tempo si è imposta nel linguaggio comune.
C'è anche una ragione pratica: online la gente cerca in tutti e due i modi, quasi nella stessa misura. Chi scrive di olio finisce per usare l'una o l'altra a seconda di dove sta scrivendo.
Quale usare, in concreto
- In etichetta e nei documenti commerciali: «olio extra vergine di oliva», staccato. Non è una preferenza di stile, è la denominazione di legge.
- In un testo, un menu, una conversazione: vanno bene entrambe. Meglio però restare coerenti dentro lo stesso documento.
- Abbreviato: «olio EVO» è la sigla ormai corrente, comoda e chiara.
- In inglese: sempre separato, «extra virgin olive oil», e la sigla è «EVOO».
Su questo sito abbiamo scelto la forma staccata dappertutto, per allinearci a quella che leggi sulle nostre bottiglie.
La differenza che conta davvero
Fra «extravergine» e «extra vergine» non c'è nessuna differenza di prodotto: è la stessa categoria merceologica, scritta in due modi. Quello che distingue davvero un olio da un altro sta altrove, e in etichetta si vede:
- La categoria: «extra vergine» è la più alta, e non va confusa con «olio di oliva» o «olio di sansa», che sono prodotti diversi.
- L'origine: «100% italiano» non è la stessa cosa di «miscela di oli di oliva originari dell'Unione europea».
- La cultivar: un monovarietale dichiara da quale oliva nasce; un blend no.
- La campagna di raccolta e il lotto: dicono quanto è fresco e da dove viene esattamente.
Sono queste le voci da leggere quando scegli una bottiglia. Su come sia scritta la parola, puoi tranquillamente non farci caso.


